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mercoledì 30 aprile 2008
Articolo 21
Martedì sera. A Bologna un poeta lucano presenta il suo lavoro più recente. Pubblicità imponente e attesa trepidante. Ore 21.15, dunque, appuntamento sotto il Nettuno con Francesca e Paola. E il loro nuovo amico. Strette di mano Piacere, Marta; Fabrizio, piacere mio. Galante, non c'è che dire. Passo rapido e recuperariamo il ritardo, brevi pareri e confrontiamo le aspettative.
Ore 21.30. Una porta a vetri verde. Posticcia, sopra una targa, una terracotta. Maschera e grappoli d'uva, odore di cultura, sapore antico o stereotipo? Fabrizio mi cede il passo. Galante e vecchio stile, una rarità. Magari era solo paura o volontà di assicurarsi una morbida caduta: la scala ripida ci guida nello stomaco della poesia. Una cantina imbiancata, una decina di sedie foderate da vecchie lenzuola sdrucite, una cuccagna fari a sfiorare le teste del pubblico. L'arte non bada alla forma, si sa: genio e sregolatezza. Si spengono le luci, una ragazza presenta: capelli arruffati, maglia attillata e maculata, ginocchia piegate e piedi punta-contro-punta. Una poesia tagliente, delle lastre di parole, un acciottolio di contenuti. Un lapsus, capita. Lascio ora la parola al nostro giovane critico che ci presenterà l'autore. Il giovane critico precisa di non esserlo. È solo un amico del poeta che ha scritto qualcosa su di lui. Ma nemmeno troppo, a dire il vero. A pensarci bene non è nemmeno tanto giovane. E, preferisce chiarire, non è qui né per presentare l'artista né per elogiare i suoi versi. Poi con queste luci puntate addosso non vedo nemmeno le vostre facce, perciò mi sentirò libero di dire quello che vorrò. I latini la chiamavano captatio benevolentiae. La poesia va letta come forma sonora, esplode come le monadi di Leibniz, perché in questo mondo tutto è forma, insomma, un intreccio continuo di contenuti. Idee chiare, ben esposte, attenzione al pubblico e sintesi: qualità assenti. Ore 21.55, finalmente l'ora del poeta. Si alza dalla prima fila un uomo compunto. Capelli incollati a furia di gel sulla stempiatura, spegne il sigaro, beve un sorso di rosso e raccoglie da terra un plico di fogli. Si sistema sotto la luce e sistema i pantaloni. Parole italiane, versi dialettali. Nell'aria risuona una serie di rumori ruggenti. Ore 22.20. Le parole rimbalzano svuotate di ogni significato sul pubblico esterrefatto. Francesca soffre per soffocare il riso che le riga le guance di lacrime insolenti; Fabrizio dubita della bontà delle nuove conoscenze; Paola cerca l'arte nella mortificazione della parola e io penso alla lista della spesa e alla programmazione televisiva, che forse non era così pessima stasera. Magari c'era pure un film. Ore 22.25. Ma quando finirà questa pena?. Francesca è scossa dai singulti, il poeta recita i versi finali: Grrr, crrr, brrr! Gocce di sudore sulle tempie affannate, gargarismi di monosillabi nella gola tremante. Poi le convulsioni si tramutano in ringraziamento. Schivo guadagna l'uscita: al suo posto un criminale della melodia strazia un clarinetto rubandogli stonature, soffi e latrati. Peccato non esistano palpebre per le orecchie. Articolo 21 della Costituzione Italiana, limiti alla libertà d'espressione: "L'arte non è oscena e l'osceno non è arte". Ieri sera ho capito che i membri dell'Assemblea non si riferivano solo alla pornografia.
venerdì 25 aprile 2008
Paola
Duemilaquattro. Primavera. Sera. Il sole è appena tramontato sulle Torri, tra le mura del Convitto Giovanna d'Arco è già ora di cena. Spengo la radio; porta, chiave, ascensore. Nella sala da pranzo è freddo. Tavoli ordinati, forchette impugnate. Sono in ritardo di tre minuti. Tre minuti, ancora due posti liberi. No, non al tavolo delle siciliane. Questo no. Cerco di capirle quando parlano e non ci riesco. Cercano di capire i miei segreti e non ci riescono. Mi chiamano. Suor Roberta si spaventa e rovescia il sale: risata soffocata.
Mi sono impigliata in una sedia. Maledetta tasca! Sfilo la stoffa dal legno, ma qualcosa mi trattiene ancora. Mi ha afferrata per la felpa, indica il coperto accanto al suo. Ancora di salvezza, oasi nel deserto, isola per il naufrago, tutte puttanate. Mi siedo. Grazie, mi hai salvato la cena. Sulle labbra screpolate scoppia un sorriso. In cambio voglio le farfalle della tua minestra, ché la mia è solo brodo. È vero, cena desolante, stomaco desolato. Mozzarella rancida, Se quella non si dà da fare oltre ai complessi le verranno le ragnatele dove dico io. Spinaci e sarcasmo, prugne cotte e chimica farmaceutica. Te lo ripeto, uno può essere allergico agli Asa senza esserlo ai Fans! Cristina, che studia lettere antiche e siede tra di noi, annuisce ma a dire il vero non capisce. Suor Alberta si trascina fino al nostro tavolo. Ohi belle ragassuole, mo' chi mi intona Romagna mia che facciamo un giro di danza? Sognante abbandona il vassoio sulle gambe di Paola. Paola che canta per farla felice, Paola che mi strizza l'occhio perché vuole commentare. Paola che è goffa nei movimenti, Paola che non sa parlare bene. Paola che studia farmacia e si sta per laureare, Paola che vuole, sic, scopare. Paola che ha un cuore grande, Paola che aveva problemi di cuore. Paola ora non c'è più.
giovedì 24 aprile 2008
Land of forlorn hope and unfulfilled dreams
C'era una volta, tanto tempo fa, un Paese perfetto. In quel Paese non c'era mai nessun problema, le giornate si succedevano serene. Tutti avevano un posto di lavoro ben retribuito, quello per cui avevano studiato. Ognuno era circondato da amici leali e da persone cordiali: solidarietà e rispetto, concordia e affetto. Nella vita di tutti i giorni non c'era spazio per la povertà e non serviva la speranza. Niente sogni nel cassetto, solo desideri realizzati. Non c'erano sgarbi e liti: il comportamento civile era abitudine, le carceri inutili.
Quel Paese era un Paese perfetto; quello era il Paese di Ailati. Laggiù le stagioni si alternavano regolari: primavera, usignoli in amore e profumo di magnolia; estate, sole e pesche succose; autunno, foglie secche e caldarroste; inverno, neve e aghi di pino. Un brutto giorno, purtroppo, la speranza di trovare un amore perfetto in un Paese felice spinse ad Ailati una perfida strega. La cattiveria del suo animo respinse però tutti i giovani del posto. Fu così che la vecchia si trovò sola con il suo rancore. In una notte insonne decise così di distruggere la gioia per lei irraggiungibile e scagliò un incantesimo sul Paese di Ailati. Conuigò malvagità e vendetta, provocò disordine e sofferenza. Da allora quel Paese cessò di essere perfetto. Nelle strade, sotto monumenti e opere d'arte, si accumularono rifiuti e accattoni. Le vie delle città cessarono di essere sicure: divennero luoghi di delitti e scene di crimini. Un giorno un portiere di un palazzo impegnato nella manutenzione di un terrazzo cadde giù, macchiò con la sua vita l'asfalto e venne scavalcato dai passanti indifferenti. L'incantesimo della vecchiaccia trasformò anche le persone che smisero di sognare e incominciarono a mentire. Nacquero tribunali e galere, manette e sirene. Nacque la giustizia e smise subito di funzionare. Nacque la politica e iniziò ad imbrogliare. Quel Paese cessò di essere perfetto, ma non scomparve dalle mappe: si trasformò. Si trasformò e divenne il Paese in cui se ti rubano una bicicletta non serve sporgere denuncia perché tanto non la si cercherà. Quel Paese divenne il Paese in cui l'operaio odia l'industriale, il ricco disprezza il disoccupato. Quel Paese diventò il Paese che i giovani si apprestano a lasciare per alimentare la speranza del loro futuro. Il Paese in cui se non hai non sei, il Paese che cancella desideri genuini e alimenta bisogni indotti. Quel Paese divenne il Paese in cui il razzismo vince l'integrazione, dove l'interesse personale scrive le leggi e la giustizia le infrange. Il Paese in cui, durante le elezioni, i cittadini preferiscono affidare il proprio futuro a una bugia piuttosto che affrontare le difficoltà. Quel Paese non è più perfetto, ma non è scomparso dalle mappe. Esiste ancora, si è trasformato e ha cambiato nome. Quel Paese adesso si chiama Italia.
sabato 12 aprile 2008
Indigestione di parole
Da dieci minuti si è conclusa la campagna elettorale. Fede ha riposto il suo sguardo ammiccante, Vespa ha esaurito le domande pertinenti. Niente più accuse e risentimenti, attacchi e fraintendimenti. La televisione rimane accesa nel soggiorno vuoto: televendita. Bionda, la conduttrice; stridula la sua voce. Stridula, inaspettattamente gradita. Una batteria di pentole in acciaio, batteria che dà il ritmo ai primi attimi di pace. Batteria e piatti. Si sente di nuovo l'acciottolio delle stoviglie nell'acquaio in cucina. La vita riprende a scorrere nel solco della quotidianità. La pioggia scroscia incessante, la radio riempie di note il buio della camera. And in the naked light I saw ten thousand people maybe more. People talking without speaking, people hearing without listening. People writing songs that voices never shared, no one dared disturb the sound of silence. La poesia del silenzio.
Batto al computer: ticchettio di un pensiero che nasce. Suona il cellulare, quasi assordante. Uno squillo: trascrizione del non detto. Non le parole di un messaggio, ma empatia e possibilità di fantasticare. Diritto negato dalla trasparenza politica, quella che rispetta gli spazi mediatici dell'avversario violando quelli dell'intimità. Fair play elettorale, abbuffata di slogan che ottunde i sensi e assopisce la capacità di pensiero. Di assordanti promesse rimangono ormai poche briciole. Ora sarà il non detto a guarire le parole donando loro un nuovo significato; sarà il silenzio che curerà la raucedine del Cavaliere.
mercoledì 9 aprile 2008
In morte di un piccì
Duemilaotto meno duemilaquattro
non c'è dubbio, fa di certo quattro. Non che questa sia una rima ardita ma non vi lamentate, ché la poesia non è ancor finita. Lasciatemi dire, e limitatevi solo a annuire, che quattro anni per una sequoia antica non son nemmeno un decimo dell'intera vita. Una tartaruga a quattro anni è appena nata: ha brucato il due percento dell'erba a lei destinata. A quattro anni un uomo è solo un bambino: tanta innocenza, nessuna ruga, nemmeno sa cosa sia il botulino. Ma l'avvento della tecnologia ha creato qualche anomalia nel modo di contare gli anni portando con sé non pochi danni. Un computer infatti, il mio notebook perbacco, ha solo quattro anni ma ne dimostra un sacco. Una saggia orientale leggenda offre una spiegazione a questa faccenda. Dice che la vita di uomini e animali è programmata: ogni azione dalla nascita è contata. Infatti prima di morire c'è chi potrà seimiladuecento volte gioire, e chi invece prima di lasciarci le penne riderà solo mille volte indenne. Tale teoria potrebbe forse spiegare perché ormai devo il computer cambiare. La batteria troppe volte è stata caricata e ora nemmeno una fata riesce con una magia a far sì che senza alimentazione il piccì acceso stia. Perciò prendo il portafoglio e mi dirigo anche se non voglio verso il megastore: Vorrei una macchina con doppio processore; comparo prezzi e qualità. Ram, hard disk, memoria in quantità; schermo wide quindici pollici e mezzo oppure tredici. Requisiti analoghi, listino prezzi e cataloghi: Perché costa di più se uguale è il servizio reso? Dev'essere la differenza di peso. È inutile ch'io faccia la finta tonta: ancora oggi è la misura quel che veramente conta. |
Marta Romagnoli, scissa tra Trento e Bologna, tra la semiotica e il resto del mondo. Il mito di alcuni, l'enigma di molti. Mi perdo in appassionate letture e ardite scritture. Troppo ingenua e molto curiosa, l'unica cosa certa è che spesso mi accorgo di vivere in una barzelletta.
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